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Alessandro Squitti, carte in tavola tra scrittura, cinema e poker

Oct 2
7 min read

Docente universitario, montatore freelance, produttore cinematografico e giocatore di poker. Alla domanda su quale sia il mestiere che meglio lo definisce, Alessandro Squitti preferisce partire dalla celebre frase di Federico Fellini: “un artigiano del mestiere”. Nato a Roma e di casa a San Francisco da più di venticinque anni, Squitti ha costruito una carriera variegata tra la California e l'Italia, intrecciando il linguaggio visivo con la passione per la narrazione, in un percorso che oggi trova il suo culmine nel romanzo “Tutto fa bluff”, pubblicato da Libreria Pino.


Dalla Sapienza al sogno di San Francisco

La storia di Squitti parte da Roma. Durante la vita universitaria alla Sapienza, paga gli studi lavorando, per oltre sette anni, come promoter di serate nei locali, eventi teatrali e manifestazioni culturali. Nel 1999, consegue la laurea in Storia e Critica del Cinema con una tesi dedicata alla regista americana Kathryn Bigelow, autore di culto di film come Point Break e Strange Days. Nel frattempo, un giovane Squitti muove i primi passi sul campo, facendo la gavetta come runner e segretario di produzione sul set del regista Eros Puglielli e collaborando, nel 1997, alla realizzazione di un cortometraggio e di un video musicale con Jovanotti. Nello stesso anno della laurea, il 1999, vola per la prima volta a San Francisco per fare delle ricerche relative alla sua tesi. «Ho fatto la tesi di laurea nel '99 su Kathryn Bigelow e, pur non avendola trovata, proprio quell'anno mi sono innamorato di San Francisco», ricorda l'autore. Grazie al doppio passaporto per via delle origini newyorkesi della madre e conquistato dall'energia californiana all'alba del nuovo millennio, decide di trasferirsi stabilmente negli Stati Uniti. Avendo familiarizzato con la grafica e Photoshop sin dal 1995, a San Francisco scatta l’intuizione sul potenziale della rivoluzione digitale applicata al montaggio, spingendolo a sperimentare sulle prime versioni di software come Final Cut Pro e Premiere. Inizia così il suo percorso accademico dal gradino più basso: un impiego entry-level come lab technician nel dipartimento di animazione della Academy of Art University. Da quella posizione, la sua crescita è costante: comincia a insegnare e contribuisce a fondare nel 2013 il dipartimento di Visual Development, arrivato a contare fino a 600 studenti negli anni d'oro. Dà inoltre vita alla casa di produzione Red Clover Studios insieme al regista Nicolás Villarreal, con cui continua a produrre regolarmente cortometraggi di animazione e progetti live-action. Più di un quarto di secolo trascorso tra insegnamento, montaggio freelance e una forte connessione, mai interrotta, tra la California e Roma.

 

Il romanzo, l'incontro tra tre mondi e il poker

Oggi, la mole di esperienze di Squitti trova la sua sintesi in un romanzo di circa 47mila parole. “Tutto fa bluff” è un'opera nata da un'esigenza interiore, arrivata a 53 anni, senza alcuna smania di fama o guadagno facile; nasce piuttosto per pura necessità espressiva e dall'incrocio delle tre cose che Squitti conosce meglio: il cinema, l'insegnamento e il poker.


Il rapporto con le carte da gioco ha origini nell'infanzia. «Il poker per me ha radici lontane. Mia nonna fu la prima a mettermi un mazzo di carte in mano per tenermi buono, perché da piccolo ero iperattivo. Mi insegnò la scopa e la briscola. Poi vennero le partite a cinque carte con i parenti durante le feste; finché, a 14 o 15 anni, 'i grandi' mi invitarono per la prima volta al loro tavolo a giocare fino alle quattro di mattina: mi sentii finalmente adulto. Per anni, ho vissuto il poker con un po' di pudore per via degli stereotipi sul gioco d'azzardo, ma oggi lo rivendico come una grande scuola di psicologia e una disciplina dell'attenzione».


Per l'autore è fondamentale sfatare i pregiudizi che ancora circondano questo mondo: «Il poker è un gioco bellissimo di abilità, dove la fortuna conta ben poco alla lunga. La gente pensa al tavolo verde con il fumo e individui poco di buono, invece ci trovi il chirurgo, l'avvocato, il professore universitario. È una metafora perfetta della vita e delle scelte che facciamo ogni giorno». Questa disciplina si rispecchia direttamente nel protagonista del romanzo, Marco Caldiron. Il cognome è un omaggio ad Orio Caldiron, docente di tesi alla Sapienza ed ex direttore del Centro Sperimentale, anche se il personaggio non rispecchia solo quella realtà. «Questo personaggio è la somma di tanti professori e intellettuali che ho incontrato nella mia vita, anche di quelli incrociati nei club o ai tavoli di Las Vegas», spiega Squitti. «Caldiron gioca a poker non per i soldi, ma per sospendere il tempo e vivere disperatamente nel presente assoluto».

 

La struttura da partita e la regia del montaggio

Il libro è concepito in quattro sezioni che rispecchiano le fasi fondamentali di una mano di Texas Hold 'em: Pre-Flop, Flop, Turn e River. La tecnica di scrittura riflette il montaggio cinematografico, mestiere che Squitti pratica e insegna da decenni. «Io sono un montatore; pertanto, quando scrivo, penso per inquadrature e per stacchi», riflette. «Il montatore sa quando togliere, sa che il non detto o l'inquadratura tagliata un secondo prima crea la tensione. Nel libro ho usato esattamente la stessa tecnica: dosare cosa mostrare e cosa nascondere al lettore».


L'opera non si configura come un thriller d'azione, bensì come un noir introspettivo e psicologico. La narrazione ruota attorno al dilemma del guardare contrapposto al far finta di non vedere, facendosi indagine sul concetto stesso di bluff. Per Squitti, il bluff è il vero villain della vicenda e rappresenta anche una costante ineludibile della natura umana. «Si pensi alle maschere di Pirandello che ogni giorno indossiamo non appena usciamo di casa: tutti noi finiamo per bluffare almeno una volta al giorno, nel lavoro come nelle relazioni. Se al tavolo da poker chi dice la bugia più credibile viene ricompensato con il piatto, nella vita reale il protagonista Marco Caldiron finisce per essere vittima del suo stesso bluff, incapace di guardare la propria immagine nello specchio».


Nel corso del libro si assiste a una profonda evoluzione del personaggio, messa in luce anche grazie a un altro personaggio chiave, una studentessa dal nome Gaia. Caldiron passa dallo stile distaccato in terza persona, tipico della saggistica accademica, al coraggio di firmare in prima persona un nuovo libro dedicato a Luchino Visconti, mettendo finalmente se stesso al centro della propria opera.

 

Il cinema d'autore, la memoria di Fellini e la Roma degli anni '90

Sullo sfondo della narrazione si percepisce la forte passione per il cinema. Squitti si impone da sempre l’impegno quotidiano di vedere un film o una serie TV, oppure di leggere un libro, una sorta di allenamento mentale. Nel testo emergono riferimenti a Visconti, Antonioni, Bertolucci (con il suo Novecento), fino a pellicole di rottura come Todo modo di Elio Petri, un'opera che l'autore considera contemporanea anche a cinquant'anni di distanza. Tra i ricordi personali affiora anche un aneddoto legato a Federico Fellini e al suo La dolce vita: la bambina sulla spiaggia che saluta Marcello Mastroianni nel celebre finale è interpretata da Valeria Ciangottini, all'epoca la migliore amica quindicenne della zia dell'autore. Un dettaglio affettivo che Squitti ha voluto inserire tra le pagine per rendere omaggio a quel ricordo familiare.


Tutti questi spunti convergono sulla copertina stessa del libro: «Il cinema non ricorda il passato, lo tiene vivo e c'è una bella differenza. Il cinema di 50 anni fa tiene vivo lo spirito e l'attuale, perché i film fatti bene, seppur nei dialoghi la gente parli diversamente, tengono vivo lo spirito dell'individuo, la solitudine, le cose reali», precisa Squitti. Da qui deriva anche una riflessione sul sistema scolastico italiano: «Pur essendo d'accordo sullo studiare il latino e il greco al liceo, mi chiedo perché non si insegni anche storia del cinema e storia del teatro. È una cosa che mi sono sempre chiesto e non ho mai trovato risposta».


Un'altra grande protagonista della narrazione è la sua Roma: non la capitale turistica contemporanea, ma quella notturna e verace vissuta dall'autore fino ai 26 anni. «Quando scrivo di Roma, lo faccio veramente come l'ho vissuta io fino alle 5 o 6 di mattina», racconta. «Dopo aver finito di lavorare, andavo a prendere un cornetto caldo. In quei tempi, i posti chiudevano molto tardi. Negli anni '90, la notte a Roma si viveva un'altra vita: è quella Trastevere autentica, che adesso forse non c'è più, che ho voluto raccontare nel libro». 


Il metodo creativo, il valore della firma e i progetti futuri

Sulle origini della sua scrittura, Squitti racconta di essersi ritrovato nel metodo di ricerca di Dacia Maraini, autrice che ha avuto modo di incontrare a San Francisco durante uno dei suoi tour americani: «Io scrivo sempre, in continuazione. Prendo note ascoltando la gente che parla per strada e uso il cellulare per annotare idee. Faccio molta ricerca prima, e poi piano piano cammino. Mi è piaciuta molto l'intervista che ha fatto Dacia Maraini dove raccontava che servono anni per scrivere un libro: un anno e mezzo di ricerche e sei mesi di scrittura. Mi ci ritrovo molto in questo metodo».


Incalzato sulla possibilità che questo romanzo potesse nascere come sceneggiatura per un piccolo film, l'autore toglie qualsiasi dubbio: «Non l'ho pensato come un film, l'ho pensato totalmente come un libro. Poi, se un bravo sceneggiatore ci vede un film e lo adatta, ne sarei contento. Io l'ho scritto pensando a un libro: è questo il mezzo che dovevo usare». Ed è un capitolo che, una volta andato in stampa, non prevede ripensamenti né nostalgia per la revisione. Squitti ama spiegare questo concetto ai suoi studenti attraverso una metafora artistica: «L'ho scritto adesso che ho 53 anni; sicuramente, se l'avessi scritto a 23, sarebbe stata tutta un'altra storia. Il motivo per cui i quadri vengono firmati è perché la firma significa che il pittore ha finito quell’opera. Per me vale uguale: una volta mandato in stampa, per me è una cosa finita. Mai guardare indietro perché c'è sempre qualcosa da modificare. L'importante è che il messaggio arrivi e che chi legge abbia qualcosa su cui riflettere».


Ora l'opera comincia il suo viaggio tra i lettori, con l'intento di presentarla al Salone del Libro di Torino a maggio 2027 e la totale disponibilità verso una futura traduzione in lingua inglese. Nel frattempo, Squitti rivela di essere già al lavoro, anche se con molta calma, sul seguito: «Ho trovato un bel twist per legare un paio di cose rimaste aperte nel primo libro. Per il resto, non ho fretta: ho il mio lavoro e le mie cose, scrivere è una passione. In realtà, non mi considero un artista, sono più che altro un creativo che sviluppa idee. Come diceva Fellini, un artigiano del mestiere».



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